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“Un attimo.”
Questa frase non misura il tempo.
Misura il grado di importanza.
Se mi dici “un attimo”
vuol dire che non sono la cosa principale.
Ma neanche una cosa da ignorare.
Sono lì.
In mezzo.
“Un attimo” è una specie di parcheggio.
Io resto parcheggiato molto spesso.
Tipo quando qualcuno mi dice:
“Arrivo subito.”
Subito non arriva mai.
Arriva dopo qualcos’altro.
Io lo so.
Però faccio finta di niente.
Perché se fai notare che “subito” non è subito,
diventi uno che prende le parole troppo sul serio.
E nessuno vuole essere quello.
Il problema dell’attimo è che non ha forma.
Non sai quando inizia.
Non sai quando finisce.
Può essere breve.
Può essere largo.
Ci sono attimi che contengono:
una telefonata
un caffè
un’altra persona
a volte, un’intera giornata
Tu non lo sai.
Lo scopri vivendo.
Una volta ho provato a chiedere:
“Un attimo… quanto?”
Risposta:
“Eh, dipende.”
Da cosa?
Dalla mia pazienza.
In certi contesti l’attimo è infinito.
In altri è immediato.
Se sei tu a dire “un attimo”,
è sempre legittimo.
Se lo subisci, sei esagerato.
È una parola a senso unico.
Alla fine ho capito una cosa:
quando qualcuno mi dice “un attimo”,
non mi sta chiedendo tempo.
Mi sta chiedendo di non disturbarlo.
Che va benissimo.
Basta dirlo.
Ma “un attimo” suona meglio.
È educato.
Non ferisce.
Ti lascia lì.
Con la sensazione che, tecnicamente,
non stia succedendo niente.
E invece sta succedendo tutto altrove.
Capito?